“Il carcere può essere un ambiente tranquillo o trasformarsi improvvisamente in un luogo di crisi difficile da gestire”. Queste le parole della Direttrice della Casa Circondariale di Agrigento che ha incontrato gli alunni di alcune classi del Liceo Empedocle nell’ambito di una serie di incontri organizzati in collaborazione con l’Archivio di Stato. La dott.ssa Anna Pucci e il Comandante della Polizia Penitenziaria, dott.ssa Aurora Mirabile, raccontano la complessità della vita all’interno del penitenziario. “La vera sicurezza nasce dall’osservazione e dalla vigilanza”, precisa il Comandante Mirabile. Gli agenti sorvegliano costantemente la situazione, osservando il comportamento dei detenuti, i loro stati d’animo dopo le telefonate con i familiari e le dinamiche interne. La prevenzione è fondamentale per evitare situazioni critiche e mantenere l’ordine. Per questo la giornata all’interno del carcere è rigidamente strutturata: sveglia, colazione, momenti di socialità, scuola o attività lavorative. L’ozio è il primo fattore di rischio – sottolinea il Comandante – perché può portare i detenuti a creare problemi per sé e per gli altri. Offrire un impiego costruttivo del tempo, se da una parte contribuisce a mantenere un clima più stabile all’interno della comunità, dall’altra aiuta a non perdere l’autostima in un ambiente dove il confine tra le limitazioni e la perdita della dignità umana è molto sottile”. Uno degli aspetti più critici della vita carceraria è sicuramente la limitazione dei diritti personali. “La privacy praticamente non esiste, la sessualità è negata e anche le piccole richieste devono passare per lunghe procedure burocratiche”, afferma la Direttrice. Le strutture stesse presentano limiti evidenti: mancano spazi adeguati per gli incontri intimi tra coniugi e, nonostante la separazione, le docce per le donne restano comuni. Inoltre, alcuni detenuti necessitano di protezione speciale, come ex membri delle forze dell’ordine o persone vulnerabili per ragioni economiche o personali. La gestione della salute mentale è un altro tema delicato. “Non tutti i detenuti con problemi psicologici sono psichiatrici”, chiarisce la dott.ssa Pucci. Molti vengono seguiti con terapie leggere, ma i casi più gravi necessitano di cure specialistiche. Agrigento non dispone di una sezione sanitaria dedicata, quindi i detenuti con disturbi psichiatrici vengono trasferiti altrove. “Spesso, però, non ci sono abbastanza posti nelle strutture adeguate, e questi soggetti tornano in carcere senza un vero supporto”. La discussione procede fino a toccare un altro tema cruciale: la detenzione delle madri con figli. “La Costituzione tutela il legame madre-figlio nei primi anni di vita, permettendo ai bambini di restare con le madri fino ai tre anni in sezioni nido e fino ai dieci anni in istituti a custodia attenuata”. Tuttavia, resta il dubbio su quale sia davvero la scelta migliore per il bambino. “Anche in un ambiente attenuato, si tratta pur sempre di un carcere”. Mentre in altre città esistono strutture con appartamenti indipendenti e personale in borghese per ridurre l’impatto psicologico sui bambini nell’illusione di una pseudonormalità, ad Agrigento, pur essendoci una sezione nido, attualmente non ci sono detenute madri. Sul fronte della sicurezza, i controlli sono estremamente rigidi. “Abbiamo un primo blocco d’accesso con identificazione, poi un secondo controllo prima di entrare nei settori interni”, spiega il Comandante Mirabile. Ogni ingresso è sorvegliato con metal detector, perquisizioni manuali e videosorveglianza. Le evasioni sono rare, ma non impossibili. “Ogni giorno controlliamo le sbarre e la conta dei detenuti avviene più volte al giorno”. In caso di fuga, scattano immediatamente le ricerche, coinvolgendo polizia e magistratura per rintracciare il fuggitivo nel più breve tempo possibile. La rieducazione resta un obiettivo primario, ma difficile da perseguire. “La rieducazione è il nostro obiettivo, ma non sempre riusciamo a perseguirlo”, ammette la Direttrice Pucci. Il turnover costante dei detenuti impedisce percorsi di recupero a lungo termine. Tuttavia, grazie alla collaborazione con enti esterni, alcuni riescono ad ottenere diplomi e certificazioni professionali. Sono attivi corsi di giardinaggio, sartoria, muratura e laboratori sulla gestione delle emozioni e la prevenzione della recidiva. “Chi partecipa a questi percorsi ha maggiori possibilità di non tornare in carcere”, spiegano le due dottoresse. Tuttavia il reinserimento resta una sfida: “Se restituiamo il detenuto alla società senza prospettive, il rischio di recidiva è altissimo”. Il monito conclusivo per noi giovani è quello di conoscere, studiare, approfondire, non girare la testa dall’altra parte. “Se non lo vedi, il Carcere non esiste”, queste le parole di due giovanissime donne che con professionalità ed impegno, delicatezza e determinazione, fanno luce, con un bellissimo sorriso sulle labbra, su un mondo difficile e complesso di cui noi giovani conosciamo veramente poco.
Il carcere di Agrigento, allora, non è, non può e non deve essere solo un luogo di detenzione, ma anche un luogo di speranza, un contesto in cui si cerca, con fatica e con un intenso lavoro di squadra, di offrire un’opportunità di riscatto a chi ha capito i propri errori, sta pagando per questi, ma non vuole arrendersi e si ostina ad intravedere oltre alle sbarre, alle reti e alle mura uno squarcio di futuro.
Elisa Pia Milazzo II F
Clara Russello II F
Alessandra Sanfilippo II F
