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L’anno in cui ho imparato a ridere in lingue diverse

L’anno in cui ho imparato a ridere in lingue diverse

Sawubona

Sawubona significa tante cose: ciao, benvenuto/a, ti vedo. È Zulu, una lingua parlata da alcune tribù in Sudafrica. Prima di arrivare negli Stati Uniti per il mio anno all’estero, non avevo mai sentito parlare di questa lingua, e non sarei stata capace di identificare il Kenya o la Mongolia su una mappa. Non sapevo come si celebrasse il Capodanno cinese o che lingue si parlassero in Kazakistan. Non lo sapevo perché non avevo mai pensato di doverlo sapere; perché, forse, non avevo mai sentito il bisogno di saperlo. Questa esperienza mi ha insegnato il bisogno di saperle, queste cose, perché è un bisogno reale e pressante. Le persone che ho conosciuto qui mi hanno regalato frammenti della loro cultura, parole della loro lingua, tradizioni delle loro famiglie. Hanno condiviso con me (o almeno ci hanno provato) festività, cibi piccanti, suoni spigolosi e vocali scivolose. La lavagna bianca nella sala comune era diventata il nostro punto di ritrovo preferito; lì ci piaceva scrivere parole a caso nella nostra lingua, da occhi ad arrivederci, passando per scuola e amico. E le parole non rimanevano lì, sulla lavagna bianca; venivano tirate fuori e storpiate, i suoni si piegavano ad angoli diversi a ogni tentativo, i tratti che definivano le lettere cadevano, trasformando una a in una e, una t in una z. Lo facevamo tutti, ci provavamo tutti a pronunciare parole in lingue che non erano la nostra, e io sentivo che le mie parole, quelle che avevo scritto, diventavano qualcos’altro, e mi accorgevo di come gli altri vedevano me e la mia lingua, di come cercavano di riprodurre i miei suoni in base ai loro, di sovrapporre le loro consonanti alle mie cercando di produrre qualcosa che assomigliasse a quello che dicevo io. Mi ha colto di sorpresa, fin da subito, la curiosità di ognuno di noi nei confronti di tutti gli altri. Non volevamo solo conoscere le persone, volevamo andare oltre e scoprire le persone in relazione alle loro culture, e poi confrontare le loro culture alla nostra, mettendole una sopra l’altra e tracciando le somiglianze e le discrepanze. È così che siamo arrivati a scoprire l’America: da stranieri. È da stranieri che ci siamo accorti delle bandiere americane appese dappertutto, perché era strano per tutti noi. È da stranieri che ci siamo resi conto di come nei paesi e nelle città non ci sia un centro, di come esista una perpetua distanza, una distanza canonica e strutturata, una distanza calcolata, tra i vari edifici. È da stranieri che abbiamo sofferto per il cibo, perché a ognuno mancava il proprio. È da stranieri che abbiamo sperimentato il sawubona, il benvenuto, il saluto, il riconoscimento della nostra presenza in un angolo sperduto del Wisconsin. Non lo dimenticheremo.

 

Bella ciao

L’unica canzone italiana che conoscono qui è Bella Ciao. Molti la cantano quandi mi vedono, la fischiettano quando parlo al telefono. Le uniche parole italiane che conoscono sono pizza, pasta, ciao, grazie e buongiorno. Quando pensano all’Italia, pensano al mare e al Vaticano, al Papa e al cibo. Qualcuno pensa alle squadre di calcio e alla Formula 1. Molti avevano sentito dire che gli italiani “baciavano tanto”. All’inizio reagivo a queste associazioni con un sorriso tirato, forse anche con un leggero senso di ingiustizia che mi premeva addosso.

L’Italia era così tanto altro: era i borghi silenziosi, le piazze affollate, il rumore delle cicale nelle sere d’estate, le librerie piccole e polverose, la sabbia bruciante, le strade lastricate di Roma, la nebbia invernale sulla pianura padana, la luce riflessa sui canali di Venezia, le

 

coste irregolari delle isole. Eppure, mentre passavano i mesi, ho iniziato a capire; capire che per loro l’Italia era una fotografia da lontano, un’istantanea sfocata di ciò che aveva attraversato oceani e confini; capire che anche io avevo ridotto i loro paesi a immagini frammentarie, incomplete. Se l’Italia per loro era solo cibo e calcio, quanto poco sapevo io del Vietnam, del Brasile, della Nigeria? Quante cose davo per scontate sulle loro vite, quante immagini semplificate mi portavo dentro senza rendermene conto?

Là sao

Là sao è un’espressione vietnamita che si usa per esprimere confusione. C’è una ragazza, qui, che lo dice sempre. Confusione sono stati i mesi di ottobre e novembre, i cartelli che vedevamo per strada, rossi e blu, pieni di stelle bianche, con i nomi dei candidati presidenziali. Confusione sono state le lezioni di Governo e Politica degli Stati Uniti che hanno preceduto le elezioni del 5 novembre. E quella sera, tutti davanti alla TV, tutti a guardare la mappa degli Stati Uniti che piano piano si colorava di rosso. E più il rosso avanzava, più si sentiva parlare di ordini esecutivi emanati in passato che avevano ristretto l’accesso di cittadini provenienti da paesi a maggioranza musulmana negli Stati Uniti. Ho visto la paura negli occhi di ragazzi che pensavano di non riuscire a tornare, ho sentito parlare di visti rifiutati e problemi diplomatici. In quel momento mi è caduto addosso il peso della “fortuna”––una fortuna che non avevo voluto e non sapevo di possedere––di avere l’Italia sul mio passaporto. Mi sono sentita quasi colpevole nel vedere quanto la vita di altre persone potesse cambiare drasticamente mentre la mia rimaneva intatta perché sono italiana. Una mia amica vietnamita ripeteva là sao di continuo. Non capiva cosa stava succedendo. Non lo capiva nessuno, credo. Era una confusione scomoda, spigolosa, tagliente.

 

Echar de menos

Echar de menos significa avvertire la mancanza di qualcosa, gettare lo sguardo e non trovare. Mi manca casa. Mi manca il caldo, l’odore del mare, le facciate incomplete delle case, la pizza, i miei tramonti, la mia lingua che corre per strada, la gente che girda nello stadio la domenica, gli abbracci che sanno di casa. Eppure so che quando tornerò a casa mi mancherà anche qui. Mi mancherà il legno scricchiolante dei corridoi del dormitorio, le risate soffocate nelle stanze dopo il coprifuoco, la lavagna bianca piena di parole in lingue diverse, i tentativi di cucinare piatti che nessuno sapeva davvero preparare. Mi mancherà perfino la confusione, la fatica di capire, il perenne senso di spaesamento che, in fondo, mi ha fatto crescere. Mi mancherà essere circondata da cinque lingue diverse a pranzo e non capirne nessuna, scivolare sul sentiero spolverato di neve la mattina, guardare Sanremo alle cinque di pomeriggio, la pizza con il formaggio arancione (questa mi mancherà un po’ meno). Mi mancherà il sawubona, il riconoscersi, il sapere di esserci stati, insieme, in questa confusione sfuocata, in questo angolo sperduto del Wisconsin.